NAPOLI – “Ritengo che l’utilizzo dell’alienazione parentale o di concetti simili all’interno dei tribunali sia molto pericoloso e costituisca la base di una vittimizzazione secondaria di donne che subiscono violenza e dei loro bambini. Purtroppo è un concetto che ancora si ritrova, nonostante la Pas sia stata bandita da qualsiasi manuale scientifico diagnostico, nonostante si sia dimostrata l’infondatezza di questo concetto. Nel corso degli anni continuano ad emergere termini simili che però rimandano allo stesso concetto, ossia che donne e bambini mentono e che la violenza non è avvenuta, ma bisogna insistere per continuare i rapporti con un padre che è stato violento proprio sulla premessa che quanto viene raccontato da donne e bambini non è vero”. Lo spiega alla Dire la psicologa e psicoterapeuta Micaela Crisma, tra le promotrici della campagna contro l’uso della Pas/alienazione parentale nei tribunali lanciata da Protocollo Napoli.
CRISMA: “MOLTE FORME DI VIOLENZA, ANCHE GRAVI, NON VENGONO RICONOSCIUTE O VENGONO MINIMIZZATE”
“Anche per l’utilizzo di alcuni concetti più moderni, come quello del rifiuto genitoriale, alcuni autori – rimarca – sostengono la necessità di escludere situazioni di violenza. Il problema, enorme, è però che alla base molte forme di violenza, anche gravi, non vengono riconosciute o vengono minimizzate: ad esempio la violenza assistita non viene riconosciuta come un rischio, non viene riconosciuta la violenza psicologica. E quindi in tutti questi casi si applica comunque una tecnica che costringe i bambini a frequentare un padre violento e, soprattutto, le loro parole non vengono ascoltate, vengono considerati bugiardi sia loro che le madri. Questo aumenta il rischio che si ripeta la violenza e sostanzialmente assistiamo a una mancata protezione dei bambini coinvolti”.
LA DUPLICE ESPERIENZA DELLA DOTTORESSA
“Io – prosegue Crisma – ho una duplice esperienza in tal senso perché sono una terapeuta esperta di psicotraumatologia e quindi mi trovo con tante donne che subiscono violenza dal partner o che hanno subito violenza in famiglia, con adolescenti che hanno subito violenze. E alcune di queste persone sono incappate in questa diagnosi. Ma soprattutto ho lavorato per tanti anni come consulente tecnico d’ufficio e anche come consulente di parte, solo a difesa della persona offesa, e mi sono capitate delle situazioni incresciose in cui era ovvio che i bambini e la donna avessero subito violenza, ma le ctu hanno negato completamente questa situazione, costringendo i bambini da subito a riprendere le visite con i papà. In un caso di alcuni anni fa, che per motivi di tutela dell’anonimato non posso descrivere nel dettaglio, alla fine i bambini sono stati sottratti alla mamma e messi in comunità per riprendere i rapporti con il padre, nonostante ci fossero anche dei referti medici che parlavano di violenze fisiche sui minori. Qui, curiosamente, la ctu non ha mai nominato il concetto di alienazione parentale, ma ha parlato di un rapporto simbiotico con la madre, di una madre immatura, di bambini strumentalizzati. Quindi i termini sono diversi, ma il concetto è sempre lo stesso e questi bambini sono rimasti per mesi in comunità. Dopo, per fortuna, c’è stata una sentenza che ha ribaltato il tutto. I rischi, però, sono questi”.
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