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Usa, Follini: “Dagli ayatollah al Papa, la guerra di religione di Trump”

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(Adnkronos) – “E’ una vera e propria guerra di religione, quella a cui il presidente americano si sta dedicando con incoerente assiduità. Una guerra rivolta contro l’Iran degli ayatollah sciiti, ovviamente. Ma anche contro il Papa e la Chiesa cattolica, come si evince dalla sua insistenza polemica verso Leone XIV, colpevole ai suoi occhi di non condividere quella sua geopolitica imperiale e ossessiva. E per quanto il buon Rubio abbia cercato di mettere una pezza a tutto questo recandosi di persona in Vaticano si può scommettere che la controversia tornerà a manifestarsi alla prima occasione. 

Segno appunto che il cuore della disputa è nei princìpi prima ancora che negli interessi. E segno anche che la linea di faglia passa sempre più all’interno di quel contesto che una volta si sarebbe detto ‘occidentale’. Contesto che oggi appare appunto diviso prima ancora che sulla strategia politica proprio sui fondamentali dello spirito e della fede. Ne è un buon esempio la sfida che si svolge da quelle parti tra quei gruppi di fondamentalisti evangelici che supportano a piene mani l’aggressività della Casa Bianca e quella tradizione cattolica ancora legata al papa delle due Americhe e agli antichi, sobri costumi della diplomazia vaticana. 

Questa guerra assume a volte forme quasi caricaturali, che inducono la gran parte dell’opinione pubblica a non prendere la cosa troppo sul serio. E invece dovremmo essere più attenti e più preoccupati a questo riguardo. Non solo perché questi argomenti possono diventare esplosivi da un attimo all’altro. Ma anche perché alle spalle di Trump si intravede appunto un filone di quella parte di protestantesimo a stelle e strisce che sembra prendere alla lettera certe sue alzate di ingegno. Segno che si sta mettendo seriamente in pericolo quella distinzione tra il trono e l’altare su cui si è fondata la tradizione più profonda della modernità democratica. 

Non è la prima volta che quella tradizione viene sfidata, è vero. E la nostra lunga storia ci racconta di tutta la fatica che ci è voluta per arrivare a riconoscere il valore della reciproca libertà di Chiesa e Stato. Con una differenza, però. Che mentre in passato erano le confessioni religiose a pretendere di guidare la mano del legislatore laico, oggi è il potere politico che cerca di farsi forte della benedizioni religiose per conseguire i propri privilegi, trarre i propri vantaggi e suggellare le proprie prepotenze. Il modello, in altre parole, è ormai quello della Russia di Putin laddove il capo del Cremlino tiene al guinzaglio il suo amico patriarca Kirill, il quale benedice con disinvoltura le imprese più cruente. O se vogliamo risalire ancora più indietro è il paradosso dell’Action francaise e di Charles Maurras. E cioè l’esempio di un’associazione fondata all’epoca -era la fine dell’ottocento, un tempo lontanissimo- sui presupposti dell’integralismo cristiano e affidata con disinvoltura alla guida di un positivista che non credeva affatto in quel Dio che pure evocava a sostegno delle sue imprese.  

E’ la vecchia idea di un altare che viene sottomesso al trono. Per giunta, in questo caso, al trono di un sovrano privo di grandi scrupoli. Fino a prefigurare una sorta di crociata alla rovescia. Non più sollecitata dalla religione, come in quegli anni lontanissimi, ma suggerita da una politica che va in cerca di un’autorità spirituale che possa giustificare i suoi eccessi e le sue pretese. Fino a condividere le conseguenze di tutti i rischi che corre e che fa correre al mondo. 

Trump in fondo sembrerebbe voler tornare lì, a quel punto, in un modo tutto suo. E Papa Leone si pone come l’ostacolo al dispiegamento di questo disegno. Ostacolo americano, per giunta. A conferma del fatto che quando i cardinali elessero Prevost non intendevano affatto rendere omaggio alla Casa Bianca. Ma semmai devono aver pensato, insufflati dallo Spirito Santo, che un pontefice americano volesse dire, tra tante altre cose più spirituali, che a contare sul laico palcoscenico del mondo gli americani sarebbero stati due e non più uno solo”. (di Marco Follini) 

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