Ucraina, l’eurodeputato Lagodinsky: “Con i russi è ora di parlare”

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ROMA – “Non credo che Vladimir Putin si sognerebbe mai di invadere l’intera Ucraina, ma questo è comunque il momento di agire; bisogna prepararsi ad adottare sanzioni anche di peso, riattivando allo stesso tempo le piattaforme per il dialogo sull’architettura geostrategica dell’Europa”. A parlare con l’agenzia Dire è Sergey Lagodinsky, eurodeputato dei Verdi, nato e cresciuto in Russia, cittadino tedesco dagli anni Novanta.

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È di oggi la notizia dell’inizio del ritiro di personale diplomatico dall’ambasciata britannica a Kiev. Una decisione motivata con il rischio di “un’invasione” russa, lo stesso che avrebbe spinto ieri gli Stati Uniti a ordinare la partenza dei familiari dei propri rappresentanti nella capitale Ucraina. Mosca ha però sempre negato di voler lanciare un’offensiva militare dalle sue regioni di confine, dove restano dispiegati migliaia di soldati.

Secondo Lagodinsky, gli scenari possibili sono in realtà diversi, “come conferma il fatto che Washington ne abbia preparati almeno 18”. Dopo le denunce americane di “invasione” e le richieste russe sul piano della sicurezza e contro l’avanzata a oriente della Nato, il punto chiave sarebbe però come tornare indietro e ristabilire i rapporti. Anche in risposta alle adesioni all’Alleanza atlantica del Montenegro nel 2017 e della Macedonia del nord nel 2020, Mosca ha chiesto all’organizzazione di escludere un ingresso dell’Ucraina e di accettare vincoli sul dispiegamento di truppe e armi a est, in modo da tornare alle posizioni precedenti all’allargamento avviato nel 1997 in Polonia e nelle ex repubbliche sovietiche del Baltico. Tra i “desiderata” russi anche il ritiro di sistemi missilistici nelle aree di confine, a garanzia della sicurezza regionale dopo la decisione americana, formalizzata dall’ex presidente Donald Trump nel 2019, di abbandonare il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio.

“Mosca ha alzato molto l’asticella ma anche Washington ha commesso errori, in particolare indebolendo i meccanismi di controllo sulle armi convenzionali e atomiche” commenta l’eurodeputato. “Per permettere una de-escalation oggi dovremmo parlare con i russi, riattivando piattaforme come il Consiglio Nato-Russia e l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa e scongiurando il rischio di spaccare il continente in due”.

Secondo Lagodinsky, originario della regione del Volga, in Germania dal 1993, anche tra le due sponde dell’Atlantico ci sono posizioni differenti. “Pesano fattori legati alla vicinanza, già emersi in occasione della crisi dei migranti e della Bielorussia” sottolinea il parlamentare dell’Ue. “E ci sono poi questioni prettamente europee, come quella degli approvvigionamenti energetici: la Germania farebbe bene a considerare il Nord Stream 2, la pipeline che porta il gas siberiano attraverso il mar Baltico bypassando l’Ucraina, come un fattore non solo economico bensì geopolitico che riguarda il continente nel suo complesso”.

Di Berlino si parla anche per la scelta di non inviare armi a Kiev, a conferma della distanza dalla linea di Washington o Londra. “È una politica governativa condivisa dai partiti della coalizione ‘giallo-nero-verde’, che si applica a tutti i Paesi coinvolti in conflitti, dunque anche all’Ucraina a partire dal 2014, l’anno della proclamazione nell’est delle repubbliche separatiste nel Donbass, spiega Lagodinsky. “Anche il divieto all’export di armi tedesche dall’Estonia o dalla Lituania ha le stesse motivazioni ed è consequenziale rispetto alle previsioni di legge”.

In un’intervista pubblicata ieri dal quotidiano Die Welt, la ministra della Difesa Christine Lambrecht ha annunciato invece la consegna a Kiev di “un ospedale da campo completo, con il training necessario, per un valore di cinque milioni e 300mila euro”. Le dichiarazioni sono state anche una risposta all’ambasciatore ucraino Andrij Melnyk, che a Berlino aveva chiesto l’invio di “100mila elmetti e giubbotti protettivi per volontari pronti a unirsi all’esercito nella difesa della patria”.

Secondo Lagodinsky, più che un’invasione su larga scala tra le mosse di Mosca ci potrebbe essere il riconoscimento delle repubbliche separatiste, “un’annessione di fatto” dopo quella della Crimea poi suggellata da un referendum.

(Foto da profilo Fb Sergey Lagodinsky)
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