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La lunga corsa di Zohran, oltre il cliché del guastatore

MondoLa lunga corsa di Zohran, oltre il cliché del guastatore

ROMA – Ora che tutti raccontano Zohran Mamdani per video, per parole, per opere non ancora (tanto meno per le omissioni, quella è una nenia cristiana che non gli appartiene) resta l’aggettivo: “il primo”. Nel suo caso è anche pronome. A 34 anni, il nuovo sindaco di New York (per luogo comune “il secondo lavoro più difficile degli Stati Uniti”) è il più giovane della storia moderna della metropoli, il primo musulmano, il primo sud-asiatico a guidare la città. Ma non c’è sorpresa: il colpo è arrivato quando il rumore della botta aveva già fatto tremare la politica americana un bel po’ di tempo fa: la mattina dopo – il day after – le primarie democratiche, quando il telefono cominciò a vibrare senza tregua: congratulazioni mescolate a chiamate più ambigue, i segnali che la sua vittoria aveva colpito allo stomaco i vertici del potere newyorkese. Che è poi il potere nella sua essenza, nuda e cruda.

Mamdani, uno che Trump oggi fermerebbe alla dogana, aveva appena sconfitto Andrew Cuomo, ex governatore e figura simbolo dell’establishment cittadino. Un risultato così inatteso che aveva colto di sorpresa lui lo stesso. E in poche ore – racconta il New York Times – imprenditori, lobbisti e vecchi alleati correvano ai ripari. La sensazione diffusa tra i salotti di Manhattan era quella di un’invasione: l’ascesa di Mamdani appariva come un colpo di mano, una minaccia all’ordine consolidato. Dalle telefonate di avvertimento ai sindacati, alle riunioni con i donatori storici del partito, fino ai tweet minacciosi di miliardari come Bill Ackman, che prometteva “centinaia di milioni per fermare l’intruso”. Gli stessi che adesso Trump minaccia di tagliare in fondi federali.

Ma la vittoria di Mamdani non era un caso isolato: nasceva da una lunga campagna fatta di social, eventi di quartiere e una rete di volontari che avevano riscoperto la politica come partecipazione. Dietro la sua parabola, un equilibrio instabile tra idealismo e realpolitik. E infatti dopo la vittoria, Mamdani ha dovuto aprire un dialogo con chi fino a poche ore prima lo osteggiava: governatori, finanzieri, leader sindacali. Un processo che lo ha portato a rivedere toni e priorità, senza rinunciare alla sua impronta populista. La politica è così, è un Das da plasmare.

In privato, si è scusato con la governatrice Hochul per gli attacchi del passato, offrendole collaborazione sui temi sociali. Con i grandi dell’economia, da BlackRock a Blackstone, ha costruito un canale di comunicazione diretto, parlando di assistenza all’infanzia e trasporti pubblici, pur ammorbidendo il linguaggio sulle tasse ai ricchi. Intanto i suoi video virali facevano il lavoro “sporco”, se così si può chiamarlo.

Il suo stile ha spiazzato molti: meno dogmatico, più dialogante. Una strategia che ha finito per rassicurare parte dell’establishment senza alienargli la base.

Ovviamente questa resta un’elezione tesissima, per temi e provocazioni: la posizione su Israele e Gaza ha alimentato critiche, e il tentativo di avvicinare Michael Bloomberg è naufragato. Ma alla fine, Mamdani ha portato sul palco del suo ultimo comizio un’alleanza impensabile: da Bernie Sanders ad Alexandria Ocasio-Cortez, fino alla stessa Hochul. Altro che sindaco di rottura. La sua – anche per come la racconta il Nyt – è la storia di un outsider che ha imparato a muoversi tra i corridoi del potere senza perdere l’accento dei quartieri popolari. In questo, non certo il primo.
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